Itaca t’ha donato il bel viaggio

La psicoterapia in viaggio con Ithera Health, raccontata da dentro

 

 

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via,

e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi

o Poseidone incollerito:

mai troverai tali mostri sulla via,

se resta il tuo pensiero alto e quisita

è l’emozione che ci tocca il cuore

e il corpo”.

 

Konstantinos Kavafis, Itaca

Ho ascoltato questi versi prendere corpo nel Teatro di Epidauro, durante l’ultimo giorno del nostro primo viaggio con Ithera Health, in Grecia, nel luglio del 2025, quando ciascuno di noi si è alzato e ha portato in scena una parte della poesia, prestando la propria voce, il proprio corpo e la propria storia alle parole con cui Kavafis racconta il viaggio verso Itaca e, insieme, il viaggio di ogni essere umano verso sé stesso.

Eravamo giunti al termine di una settimana cominciata l’8 luglio e attraversata insieme fino al 14, dopo giorni vissuti tra Atene e il Peloponneso, il mare, la pietra, gli spostamenti in van, le camminate, le pratiche corporee, le sedute di psicoterapia, le condivisioni, la fatica, la gioia, i silenzi e quella forma particolare di vicinanza che nasce quando un gruppo di persone, partite da storie e luoghi differenti, sceglie di incontrarsi con autenticità e comincia a riconoscere nell’esperienza degli altri qualcosa che parla anche della propria.

Il Teatro di Epidauro ci accoglieva aperto verso il paesaggio, come se la sua forma avesse il compito di raccogliere la voce umana e consegnarla a uno spazio più grande. Seduta tra i miei compagni di viaggio, osservavo ciascuno entrare in scena e sentivo che la poesia stava raccontando esattamente ciò che avevamo vissuto: eravamo partiti per raggiungere una destinazione geografica e, lungo la strada, avevamo attraversato territori interiori, incontrato paure e desideri, riconosciuto modi abituali di entrare in relazione e sperimentato possibilità nuove.

In quel momento ero contemporaneamente psicoterapeuta, compagna di viaggio e testimone. Custodivo il setting clinico, osservavo i movimenti del gruppo e, insieme, mi lasciavo raggiungere dalla bellezza di ciò che stava accadendo, perché accompagnare una persona dentro un passaggio trasformativo richiede competenza, ma soprattutto presenza e la capacità profondamente umana di commuoversi davanti alla vita quando cerca una strada per esprimersi.

Ogni strofa sembrava trovare la persona che la pronunciava, diventando parte della sua storia e, allo stesso tempo, della storia comune che avevamo costruito durante quei giorni. La poesia usciva dalla pagina e si trasformava in esperienza incarnata; le parole attraversavano il corpo, si propagavano tra le gradinate e tornavano verso di noi cariche di un significato nuovo.

Al termine della nostra rappresentazione, le persone presenti in visita ci regalarono un fragoroso applauso: avevano percepito, pur da spettatori occasionali, la portata emotiva che quel momento aveva assunto per il nostro gruppo.

 

Itaca era la meta verso cui ci eravamo messi in viaggio. Il cammino compiuto insieme ci stava mostrando chi eravamo diventati lungo la via.

Le Itache della nostra vita

Itaca racconta il ritorno di Ulisse, eppure parla direttamente a ciascuno di noi, perché ogni esistenza contiene una destinazione capace di chiamarci, una direzione verso la quale sentiamo di voler procedere e una strada che, mentre la percorriamo, modifica

 profondamente la persona che siamo.

Itaca può essere una relazione nella quale sentirci accolti, un lavoro capace di esprimere il nostro valore, una guarigione, una maternità, una separazione attraversata con dignità, una nuova immagine di noi stessi, la possibilità di abitare il corpo con maggiore fiducia, il desiderio di ritrovare la nostra voce sotto gli strati delle aspettative, dei ruoli e delle responsabilità accumulate nel tempo.

Durante la vita ci muoviamo verso molte Itache. Alcune ci accompagnano per anni, altre cambiano forma mentre cambiamo noi; alcune sembrano vicine e poi chiedono strade più lunghe, altre rivelano il loro significato pieno soltanto quando ci voltiamo a osservare il cammino compiuto.

Kavafis ci ricorda che la meta orienta il viaggio, mentre la ricchezza autentica nasce nelle vicende e nelle conoscenze raccolte lungo la strada, negli incontri che modificano il nostro sguardo, nei porti ancora sconosciuti, nelle esperienze che aprono nuove possibilità e nelle versioni di noi che impariamo gradualmente ad abitare.

Crediamo spesso che la trasformazione coincida con il momento dell’arrivo; la poesia ci conduce verso una verità più profonda e, per me, profondamente psicoterapeutica: diventiamo durante il viaggio. Diventiamo nel modo in cui attraversiamo la paura, nella qualità delle relazioni che costruiamo, nella capacità di tollerare l’incertezza, nei confini che impariamo a esprimere, nelle soste che ci concediamo e nella disponibilità a lasciare che la vita ci mostri possibilità più ampie rispetto a quelle previste dalla nostra storia.

La psicoterapia abita proprio questo spazio, compreso tra la persona che siamo stati, la persona che oggi percepiamo di essere e quella che sta cercando di emergere. Ci aiuta a riconoscere la nostra Itaca, a comprendere ciò che orienta realmente le nostre scelte e a osservare il modo in cui stiamo attraversando il cammino: quali antiche mappe continuiamo a seguire, quali paure chiedono ascolto, quali parti di noi desiderano essere riconosciute e quali esperienze possono restituirci una percezione più ampia delle nostre possibilità.

I mostri che rechiamo nel cuore

Kavafis colloca lungo la strada i Lestrigoni, i Ciclopi e Poseidone, figure minacciose che appartengono al viaggio di Ulisse e, subito dopo, le conduce dentro il cuore del viaggiatore:

Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

In questi versi la poesia incontra una verità profondamente psicologica: viviamo il presente attraverso le memorie, le aspettative e gli apprendimenti che portiamo dentro di noi. Il mondo che percepiamo nasce dall’incontro tra ciò che sta accadendo e tutto ciò che il nostro corpo e la nostra mente hanno imparato nel corso della storia.

I mostri di Kavafis possono assumere il volto delle paure sviluppate nelle relazioni, delle esperienze che hanno insegnato al corpo a prepararsi al pericolo, delle convinzioni attraverso cui anticipiamo il giudizio, il fallimento, l’abbandono o la perdita del controllo. Il Ciclope può diventare lo sguardo interiore che osserva ogni scelta alla ricerca di un errore; Poseidone può incarnare l’imprevisto che agita il bisogno di sicurezza; i Lestrigoni possono rappresentare esperienze antiche che continuano ad apparire enormi anche quando il presente offre un paesaggio differente.

Le neuroscienze contemporanee descrivono la percezione come un processo attivo: il cervello costruisce ipotesi sulle cause di ciò che incontra, confronta le informazioni presenti con i modelli appresi in precedenza e aggiorna progressivamente le proprie previsioni. Anche la novità ambientale coinvolge l’ippocampo, struttura centrale per la memoria e l’orientamento, segnalando che un contesto nuovo può aprire processi di esplorazione e apprendimento.

Chi ha sperimentato abbandono può percepire distanza dentro una pausa; chi ha ricevuto giudizio può avvertire pericolo nello sguardo altrui; chi ha costruito la propria sicurezza attraverso il controllo può sentire un cambiamento di programma come una minaccia; chi ha imparato a prendersi cura di tutti può fare fatica a riconoscere il proprio bisogno.

Qui riconosco una delle ragioni profonde per cui la psicoterapia in viaggio possiede una forza così particolare: il contesto cambia, la routine lascia spazio a stimoli nuovi e i nostri modi abituali di reagire diventano più visibili proprio mentre accadono. La presenza del gruppo e dell’équipe permette di accogliere questi movimenti, attribuire loro significato e sperimentare risposte differenti.

Una persona può chiedere aiuto e incontrare presenza. Può esprimere un bisogno e sentire che la relazione resta viva. Può mostrare una parte vulnerabile e ricevere rispetto. Può attraversare un imprevisto e riconoscere nel proprio corpo una capacità di adattamento più grande di quella immaginata. Può scegliere il proprio ritmo e scoprire che l’appartenenza al gruppo continua a esistere.

La consapevolezza diventa allora un’esperienza concreta, capace di entrare nel corpo, nella memoria e nel modo in cui la persona immaginerà il proprio futuro.

Il mio incontro con Ithera

Il mio incontro con Ithera è avvenuto nel febbraio del 2025 e ha avuto fin dall’inizio la qualità rara del riconoscimento, quella sensazione che nasce quando qualcuno dà una forma concreta a una visione che vive da tempo anche dentro di te.

Ho sentito immediatamente una profonda affinità tra il progetto ideato da Sara Moi e Federico Fabbri e il modo in cui penso e pratico la psicoterapia: un lavoro esperienziale, incarnato e relazionale, capace di integrare parola, corpo, emozione, consapevolezza, paesaggio e azione.

La mia formazione nasce dalla psicoterapia della Gestalt e si è ampliata attraverso la mindfulness, la terapia somatica, lo yoga terapia, l’ipnosi, il respiro e lo studio dei processi psicofisiologici che collegano la mente al corpo. Sono tanto grata a Ithera perchè mi ha offerto un setting nel quale queste dimensioni potevano incontrarsi in modo naturale,

 perché il viaggio porta la psicoterapia dentro la vita mentre la vita sta accadendo.

Il metodo Ithera intreccia psicoterapia, viaggio e gruppo e accompagna le persone attraverso quattro fasi: orientamento, preparazione, esperienza immersiva e integrazione dopo il rientro. Durante il viaggio si alternano psicoterapia di gruppo, psicoeducazione, condivisioni individuali, mindfulness, grounding, respiro, movimento consapevole, attività espressive, natura e vita condivisa; l’équipe comprende uno psicoterapeuta, uno psicologo e un coordinatore, figure differenti che lavorano in sinergia per custodire il processo clinico, il clima relazionale e l’organizzazione concreta.

Questa struttura rende il viaggio un vero campo terapeutico ampliato. La seduta offre uno spazio nel quale fermarsi, riconoscere ciò che sta emergendo e costruire un significato; la giornata permette di incontrare gli stessi temi dentro esperienze reali, mentre si cammina, si condivide un van, si sceglie dove sedersi, si affronta la stanchezza, si comunica una preferenza, si riceve aiuto o si attraversa un cambiamento.

La psicoterapia della Gestalt considera l’esperienza come il risultato dell’incontro continuo tra la persona e il suo ambiente.

Quando il campo cambia, emergono figure nuove: reazioni, bisogni e risorse che nella quotidianità rimanevano sullo sfondo acquistano una forma più nitida.
Il mio sguardo clinico, durante il viaggio, si posa proprio qui: osservo come ciascuno entra in contatto con gli altri, come occupa lo spazio, come cerca vicinanza, come protegge il proprio confine, come vive l’attesa, come riceve cura e come utilizza le proprie risorse quando l’ambiente chiede una risposta nuova.

Custodisco le storie personali dei miei compagni di viaggio e posso raccontare ciò che ho visto nel suo significato umano e clinico: ho visto persone accorgersi del proprio modo di stare nel mondo mentre lo stavano mettendo in atto; ho visto intuizioni emerse durante una seduta diventare un gesto, una richiesta, una scelta o una frase pronunciata con una voce nuova; ho visto il corpo raccontare ciò che cercava parole e il gruppo offrire una forma accogliente a ciò che desiderava emergere.

La psicoterapia illuminava l’esperienza e l’esperienza dava corpo alla psicoterapia.

Nel van, una frase che racconta tutto

Durante quel primo viaggio in Grecia ci fu un momento che continua a rappresentare, per me, l’essenza più autentica di Ithera.

Ci trovavamo in van, durante uno dei nostri spostamenti attraverso il Peloponneso, e osservavo ciò che stava accadendo nel gruppo. Le persone stavano entrando in una relazione sempre più vera; le consapevolezze emerse durante le sedute continuavano a muoversi negli spazi della giornata; il paesaggio, il corpo e la convivenza rendevano visibili dinamiche che, dentro un setting tradizionale, avrebbero potuto richiedere molto più tempo per manifestarsi con la stessa chiarezza.

Come psicoterapeuta ero emozionata dalla qualità dei processi che vedevo prendere vita, dalla profondità raggiunta dai partecipanti e dalla forza con cui il gruppo sosteneva il percorso di ciascuno. Ero presente professionalmente, attenta ai passaggi più delicati, e allo stesso tempo sentivo lo stupore di trovarmi davanti a qualcosa di nuovo, potente e profondamente coerente con la psicoterapia nella quale credo.

Mi sono rivolta a Sara Moi, psicologa e fondatrice di Ithera, e le ho detto:

«Sara Moi, tu sei un’avanguardista. Ciò che sta succedendo grazie a Ithera è incredibile e tu entrerai nei libri di storia».

Lei mi ha risposto:

«A me interessa esserci nel libro della loro vita».

Ecco lo spirito di Ithera.

In quella risposta vive un’intera idea di cura: esserci nella storia delle persone con competenza, responsabilità e umanità; accompagnare un passaggio capace di lasciare una traccia concreta; creare le condizioni affinché ciò che emerge durante il viaggio continui a vivere nelle relazioni, nelle scelte e nella quotidianità di chi partecipa.

Per me la qualità di un’esperienza terapeutica si misura proprio nella sua capacità di entrare nella vita reale, aiutando la persona a riconoscere le proprie risorse, percepire la propria direzione e costruire esperienze nuove là dove la storia aveva lasciato paura, rigidità o sfiducia.

 

Il corpo conosce la strada


E siano tanti i mattini d’estate

che ti vedano entrare (e con che gioia allegra)

in porti sconosciuti prima.


Kavafis ci invita a entrare nei porti sconosciuti attraverso la gioia, la curiosità e i sensi, ricordandoci che il viaggio riguarda ciò che comprendiamo e tutto ciò che vediamo, tocchiamo, respiriamo e sentiamo nel corpo.

Maurice Merleau-Ponty descriveva il corpo come il nostro modo originario di avere un mondo; Antonio Damasio ha mostrato quanto emozione, coscienza e percezione degli stati corporei siano intrecciate, mentre Francisco Varela, Evan Thompson ed Eleanor Rosch hanno contribuito a sviluppare una visione incarnata della mente, secondo la quale conosciamo attraverso il corpo, l’azione e la relazione con l’ambiente.

Il viaggio rende questi principi immediatamente percepibili, perchè conosciamo un luogo percorrendolo, conosciamo un’emozione sentendola modificare il respiro, conosciamo una risorsa nel momento in cui la utilizziamo e conosciamo la fiducia quando il corpo sperimenta concretamente la possibilità di affidarsi.

Ogni emozione possiede una forma corporea, modifica il battito, il tono muscolare, la temperatura, la postura, il respiro e l’impulso al movimento. L’interocezione, cioè la capacità di percepire e interpretare i segnali provenienti dall’interno del corpo, partecipa al riconoscimento delle emozioni e ai processi di autoregolazione. Alcuni studi sperimentali hanno mostrato infatti che allenare la consapevolezza interocettiva, cioè la capacità di riconoscere con maggiore precisione i segnali provenienti dall’interno del corpo, come il respiro, il battito cardiaco, le tensioni muscolari o le variazioni di temperatura, può aiutare le persone a comprendere meglio ciò che stanno vivendo e a regolare con maggiore efficacia le proprie emozioni.

 

Durante i viaggi Ithera il corpo entra pienamente nel processo attraverso il respiro, il grounding, la mindfulness, il movimento consapevole e le pratiche espressive; entra anche attraverso l’esperienza spontanea del camminare, dell’orientarsi in un luogo nuovo, del percepire il vento, dell’attraversare una salita, del sentire il mare sulla pelle e del trovare il proprio ritmo accanto a quello degli altri.

La parola può raccontare il desiderio di stabilità e i piedi appoggiati sulla terra permettono di sentirne una prima forma. Una persona può esprimere il proprio bisogno di spazio e un respiro più ampio può renderlo tangibile nel torace. Uno di noi può parlare del proprio confine e un movimento può aiutarlo a rappresentarlo. Si può desiderare maggiore fiducia e una camminata condivisa può offrire l’esperienza di procedere insieme agli altri mantenendo il proprio passo.

Il corpo conosce mentre attraversa e conserva la traccia di ciò che ha vissuto.

La terapia somatica crea un ponte tra comprensione ed esperienza, tra ciò che sappiamo della nostra storia e ciò che possiamo finalmente percepire come possibile nel presente. Il cambiamento acquista una profondità particolare quando la mente lo comprende, il corpo lo sente e la relazione lo accoglie. Ed è esattamente questo ciò che Ithera rende possibile.

Il paesaggio risveglia ciò che vive dentro di noi

Il paesaggio possiede una qualità terapeutica e simbolica che mi affascina profondamente, perché ogni luogo entra in dialogo con il nostro mondo interiore, richiama memorie, genera immagini e porta in primo piano parti di noi che cercavano una lingua attraverso cui esprimersi.

Una montagna può evocare la fatica, il limite, la perseveranza e il desiderio di raggiungere una nuova prospettiva; il mare può risvegliare la libertà, la vastità, la fiducia o il bisogno di controllo; una grotta può accompagnarci verso ciò che custodiamo nelle profondità; il vento può ricordarci la possibilità di cambiare forma; una roccia antica può parlare di resistenza e memoria; un sentiero può rappresentare il nostro modo di procedere nella vita, il ritmo che scegliamo e la capacità di accogliere una deviazione.

Il paesaggio diventa parte del campo terapeutico perché modifica la qualità della percezione e offre simboli capaci di entrare in risonanza con l’esperienza personale. In Grecia, la pietra antica, il mito e il teatro hanno accompagnato un lavoro sulle radici, sulla storia e sulla direzione; le grotte hanno evocato il movimento verso la profondità, il mare ha aperto spazi di libertà ed Epidauro ha trasformato la parola individuale in un rito collettivo.

La ricerca sul rapporto tra natura e salute mentale sostiene il valore di questa esperienza. Studi sperimentali mostrano che una camminata di novanta minuti in un ambiente naturale è associata, nei partecipanti osservati, a una riduzione della ruminazione riferita e a variazioni dell’attività in un’area cerebrale legata ai pensieri ripetitivi autocentrati.

Il paesaggio amplia il campo visivo e, insieme, il campo interiore. Modifica il ritmo dell’attenzione, crea spazio intorno ai pensieri e offre immagini attraverso cui comprendere ciò che stiamo vivendo.

Ciò che incontriamo fuori può risvegliare, rappresentare e trasformare ciò che vive dentro di noi.

 

La ricchezza raccolta lungo la strada

 

Fa scalo negli empori dei Fenici

per acquistare bella mercanzia,

madrepore e coralli, ebani e ambre,

voluttuosi aromi d’ogni sorta,

quanti più puoi voluttuosi aromi.

Recati in molte città dell’Egitto,

a imparare dai sapienti.

 

Questi versi sono una celebrazione dell’esperienza, della bellezza, della conoscenza e della capacità di lasciarsi raggiungere da ciò che la strada offre.

Le madrepore, i coralli, gli ebani, le ambre e gli aromi possono diventare simboli di tutto ciò che raccogliamo durante il viaggio della vita: consapevolezze, relazioni, gesti ricevuti, parole capaci di arrivare in profondità, paure attraversate, momenti di bellezza che il corpo conserva e utilizza come riferimento quando occorre ritrovare la direzione.

Durante il viaggio in Grecia ho visto questa mercanzia preziosa accumularsi dentro ciascuno di noi. Era presente nella fiducia che cresceva nel gruppo, nel coraggio di condividere un vissuto, nella capacità di chiedere sostegno, nell’attenzione con cui una persona ascoltava l’altra, nella leggerezza che cominciava ad affacciarsi dopo un passaggio emotivo intenso e nel modo in cui ciascuno restituiva agli altri una qualità, una risorsa o un’immagine capace di accompagnarli.

Come psicoterapeuta, sentivo la responsabilità di proteggere questo processo e di offrire parole, pratiche e chiavi di lettura capaci di trasformare ciò che accadeva in consapevolezza. Come compagna di viaggio, ricevevo anch’io la ricchezza degli incontri, perché ogni gruppo insegna qualcosa a chi lo conduce e ogni persona, quando entra autenticamente in relazione, amplia il mondo degli altri.

Il gruppo come organismo vivente

Irvin Yalom ha descritto il gruppo terapeutico come uno spazio nel quale agiscono il rispecchiamento, l’universalità, l’apprendimento interpersonale, la speranza, l’appartenenza e la scoperta che la propria storia può essere compresa.

Le ricerche sulla psicoterapia di gruppo mostrano una relazione significativa tra la coesione del gruppo e gli esiti terapeutici: si rileva un’associazione positiva tra coesione e risultato del trattamento, confermando il valore clinico del senso di appartenenza, della fiducia e della qualità dei legami costruiti.

Durante un viaggio questa dimensione acquisisce una particolare intensità, perché il gruppo condivide sedute, spostamenti, pasti, esperienze e momenti informali; le relazioni continuano a svilupparsi durante l’intera giornata e offrono continue occasioni per osservare il proprio modo di stare con gli altri.

Una persona può ascoltare una storia e riconoscere una parte di sé; può ricevere uno sguardo capace di restituirle una qualità dimenticata; può scoprire che la propria presenza possiede valore per il gruppo; può attraversare una difficoltà relazionale e trasformarla in una comunicazione più autentica; può offrire sostegno e comprendere che anche la propria esperienza può diventare cura.

Il gruppo diventa un organismo vivo, nel quale ciascuno porta la propria Itaca e contribuisce al viaggio degli altri. Si parte come persone ancora da conoscere e si diventa testimoni reciproci di un passaggio della vita.

Esperienze nuove per storie antiche

Nel viaggio molte aspettative profonde vengono attivate nella vita reale: chiedere, affidarsi, scegliere, esporsi, ricevere attenzione, comunicare un limite, tollerare l’incertezza e condividere uno spazio.

La ricerca sul riconsolidamento della memoria ha esplorato la possibilità che alcuni ricordi emotivi, quando vengono riattivati, possano incontrare informazioni nuove e aggiornare il proprio significato.

Sul piano clinico, questa cornice ci aiuta a comprendere il valore delle esperienze emotivamente significative vissute nel presente. Chi porta l’aspettativa di essere trascurato può incontrare una presenza stabile; chi associa la vulnerabilità alla perdita di valore può raccontarsi e sentirsi accolto; chi ha imparato a occuparsi costantemente degli altri può sperimentare la possibilità di ricevere cura; chi ha vissuto il gruppo come luogo di esclusione può costruire un’appartenenza fondata sull’autenticità.

La nuova esperienza entra nella memoria accompagnata da un volto, da una sensazione corporea, da un gesto e da un paesaggio. Diventa qualcosa che la persona ha realmente vissuto e che potrà utilizzare come riferimento quando la vita le presenterà situazioni simili.

La storia rimane parte di noi e il presente può offrirle un significato più ampio, una conclusione differente e una direzione nuova.

Itaca tieni sempre nella mente

 

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna a quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio tu finalmente attracchi all’isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via, senza aspettare che ti dia ricchezze.

 

Il tempo rappresenta una parte essenziale di ogni processo terapeutico. Possiamo desiderare intensamente una trasformazione e, insieme, rispettare il ritmo attraverso cui il corpo, la mente e le relazioni diventano pronti ad accoglierla.

Il viaggio con Ithera concentra una grande quantità di vita in pochi giorni, mentre la sua struttura accompagna l’esperienza prima della partenza e dopo il rientro, affinché le consapevolezze possano trovare spazio nella quotidianità. L’integrazione rappresenta un passaggio fondamentale: ciò che è stato vissuto chiede di entrare nelle scelte, nei confini, nelle relazioni e nel modo in cui la persona torna a prendersi cura di sé.

Da quel primo viaggio in Grecia, il mio incontro con Ithera continua a generare frutti. Oggi faccio parte del team come psicoterapeuta Gestalt, portando il mio approccio integrato mente-corpo, la mindfulness, lo yoga terapia e il lavoro somatico all’interno di un’équipe che condivide una visione comune e mette al centro le persone e il processo.

Dall’8 al 13 settembre 2026 partiremo per l’Isola d’Elba, tra la macchia mediterranea, il granito, i sentieri e le calette della Tenuta delle Ripalte, in un percorso composto da psicoeducazione, sedute di psicoterapia di gruppo, pratiche corporee ed espressive, colloqui individuali e incontri successivi di integrazione.

Dal 1° al 7 dicembre 2026 ci attenderà Fuerteventura, tra roccia vulcanica, sabbia, vento e oceano, in un paesaggio essenziale nel quale il lavoro su di sé potrà incontrare lo spazio, la trasformazione e il movimento continuo degli elementi.

Intanto le proposte Ithera crescono e si ampliano, componendo una geografia della trasformazione nella quale ogni luogo viene scelto anche per la qualità dell’esperienza psicologica e simbolica che può sostenere.

La mia idea di psicoterapia in viaggio

Credo in una psicoterapia capace di illuminare la storia e aprire esperienze nuove; credo nel corpo come luogo di memoria, verità e possibilità; credo nel gruppo come spazio di rispecchiamento, coraggio e appartenenza; credo nel paesaggio come parte viva del campo terapeutico e nella bellezza come una forza capace di ampliare lo sguardo, alimentare il desiderio e restituire profondità alla presenza.

Credo che ciascuno di noi porti dentro di sé un’Itaca e che quella destinazione possa cambiare forma molte volte durante la vita, perché ci mettiamo in cammino verso ciò che desideriamo e, lungo la strada, incontriamo la persona che siamo stati, quella che siamo diventati e quella che sta cercando di emergere.

Nel Teatro di Epidauro, mentre ciascuno offriva la propria voce a un frammento della poesia, ho sentito che il viaggio ci aveva condotti esattamente al centro di questa verità: la meta ci chiama, la strada ci forma, il corpo ci orienta, il paesaggio ci risveglia e gli incontri ci trasformano.

Eravamo arrivati in Grecia con valigie, desideri, timori e storie differenti. Stavamo tornando alle nostre vite con una mappa interiore più ampia, ricchi delle parole ascoltate, delle relazioni costruite, della bellezza attraversata e delle parti di noi incontrate lungo il cammino.

 

Itaca t’ha donato il bel viaggio.

Senza di lei non ti mettevi in via.

Nulla ha da darti più.

E se la ritrovi povera, Itaca non t’ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,

avrai capito che vuol dire un’Itaca.

 

Itaca aveva donato a ciascuno di noi il suo viaggio.

Ithera ci aveva permesso di attraversarlo insieme.

E dentro quel teatro, nel momento in cui la poesia diventava voce, corpo ed esperienza condivisa, ho sentito con chiarezza che il senso più profondo della psicoterapia in viaggio vive

 proprio qui: riconoscere la propria Itaca, accogliere ciò che ci mette in cammino e scoprire che, mentre procediamo verso la meta, la vita sta già compiendo dentro di noi la sua trasformazione.

Conoscere Ithera Health

Puoi conoscere il metodo, il team e le prossime esperienze attraverso:

Riferimenti scientifici e d’autore

Konstantinos Kavafis, Itaca; Fritz Perls, Ralph Hefferline e Paul Goodman, Gestalt Therapy; Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione; Antonio Damasio, Emozione e coscienza; Francisco Varela, Evan Thompson ed Eleanor Rosch, La via di mezzo della conoscenza; Irvin D. Yalom e Molyn Leszcz, Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo; Karl Friston, A Theory of Cortical Responses; Raphael Kaplan e colleghi, Human Hippocampal Processing of Environmental Novelty During Spatial Navigation; Gregory N. Bratman e colleghi, Nature Experience Reduces Rumination and Subgenual Prefrontal Cortex Activation; Gary M. Burlingame, Bernhard Strauss e Anthony Joyce, Cohesion in Group Therapy: A Meta-Analysis; Cynthia J. Price e colleghi, studi sulla consapevolezza interocettiva e sulla regolazione emotiva; Daniela Schiller e colleghi, studi sull’aggiornamento delle memorie di paura; Anastasia Chalkia e colleghi, replica preregistrata sul riconsolidamento delle memorie di paura.

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